Qualche mese fa, la presidente Giorgia Meloni aveva affermato con forza che i centri per migranti in Albania avrebbero «funzionato», promettendo persino di dormirci ogni notte se necessario, fino alla fine del suo mandato. Forse non dovrà trascorrervi tutte le notti, ma sicuramente dovrà ancora occuparsene per far partire davvero queste strutture, inizialmente pensate per accogliere migranti e poi trasformate in Centri di permanenza per i rimpatri. Tuttavia, il percorso si complica: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha infatti ostacolato il progetto, stabilendo che non è così semplice dichiarare sicuro un Paese e usarlo come destinazione per rimpatriare chi è fuggito da lì.
Inaugurati nell’ottobre del 2024 grazie a un’intesa tra i governi di Italia e Albania, i due centri per migranti situati a Shengjin e Gjader hanno da subito mostrato alcune criticità, oltre a ricevere diverse critiche. Le contestazioni si sono concentrate, da un lato, sui costi elevati del progetto – 65 milioni di euro per la costruzione e altri 120 milioni l’anno per la gestione – e, dall’altro, su questioni legate alla giurisdizione. In base all’accordo, le due strutture (una destinata a diventare un hotspot per l’identificazione dei migranti intercettati nel Mediterraneo, l’altra pensata come centro di prima accoglienza per richiedenti asilo, con circa mille posti) sarebbero state completamente gestite dall’Italia, mentre l’Albania avrebbe messo a disposizione gratuitamente, per cinque anni, soltanto il territorio in cui ospitarle.
Il problema principale che ha impedito il pieno funzionamento dei centri per migranti in Albania, fortemente voluti dal governo Meloni, riguarda la questione della definizione di «Paesi sicuri». Secondo l’accordo tra Italia e Albania, nei centri albanesi possono essere trattenuti solo uomini adulti, non appartenenti a categorie vulnerabili, provenienti da Paesi ritenuti sicuri. Tutti gli altri devono rimanere in Italia.
Con il nuovo decreto, invece, l’Italia ha adottato una posizione diversa: un Paese è considerato sicuro se lo è nella sua interezza, anche se esistono categorie di persone che potrebbero non essere tutelate ovunque.
Oggi la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha smentito la posizione del governo Meloni e del ministro Nordio, affermando in modo chiaro che «uno Stato membro non può inserire un Paese nell’elenco di quelli di origine sicura» se questo non garantisce una protezione adeguata a tutta la sua popolazione. In pratica, i migranti provenienti da Paesi che non assicurano diritti e sicurezza a tutte le categorie di persone devono avere la possibilità di richiedere asilo.
Di Macina Luca – iscritto all’Albo unico dei Consulenti Finanziari, OFC – Regione Piemonte”

